Triangolazione affettiva
Una famosa canzone di Renato Zero dice “Il triangolo no, non lo avevo
considerato…”, ma spesso i triangoli affettivi in genere, e non solo quelli
riferiti alle relazioni amorose, sembrano istaurarsi in modo definitivo con
un passaggio involontario (ovvero inconscio) da un ruolo all’altro che
permette di dosare le forze individuali per raggiungere lo stesso risultato:
lo stallo, l’impasse di ogni problematica. I ruoli sono tre ed in psicologia
vengono definiti come la vittima, il persecutore ed il salvatore, ognuno con
caratteristiche proprie e con modalità di azione specifiche.
La vittima si distingue per la sua elevata capacità di adattamento, per il
suo non voler assumersi responsabilità, per la tendenza al sacrificio e per
non essere riconosciuta come persona unica a cui viene negata ogni
possibilità di azione costruttiva, pena la sua svalutazione. In questo modo
provoca il senso di colpa nell’altro (spesso il persecutore), rimanendo in
attesa di aiuto e pretendendo dagli altri (il salvatore) la risoluzione dei
problemi e la salvezza; se ciò non avviene si sente incompresa e offesa e
potrebbe passare al ruolo di persecutore iniziando ad attaccare coloro che
non rispondono ai suoi bisogni e desideri. La debolezza ed il dolore sono le
sue manifestazioni aperte, mentre potrebbe nascondere una gran forza
interiore.
Il persecutore invece è colui che impone le regole, i limiti, i divieti e le
eventuali punizioni così da accentuare la dipendenza e il malessere altrui.
La sua violenza non sempre è fisica, ma nella maggior parte dei casi è
subdola, esprimendosi in forma verbale, psicologica e morale; le sue
critiche non sono mai costruttive e mette in atto comportamenti ed
atteggiamenti che lui stesso attacca e disdegna negli altri. Sembra essere
esente da problemi di ogni genere ed imputa all’altro la gravità delle sue
azioni violente. Apparentemente è forte ma nasconde un carattere debole che,
se espresso, si trasformerebbe in paura.
Infine il ruolo del salvatore, ovvero di colui che protegge, aiuta e
appoggia il debole ma non favorisce né la crescita personale né la
risoluzione del problema, accentuando la dipendenza altrui. È colui che non
ha mai bisogno dell’altro, che aiuta in modo eccessivo senza rendersi conto
del perché e del come agisce; il più delle volte questa ricerca spasmodica
di aiutare l’altro è solo una risposta al proprio bisogno di riscatto
personale, una risposta al proprio senso di solitudine ed un desiderio di
essere riconosciuto dall’altro come grande, generoso e altruista,
accrescendo così la sua immagine sociale. Nei casi in cui il suo intervento
non viene richiesto, appare soffocante o peggio ancora inutile, vi può
essere un passaggio al ruolo di persecutore mostrando così tutta la sua
aggressività a causa del fallimento e della sconfitta personale.
Questi tre ruoli possono essere presenti in un qualsiasi contesto sociale
con una base minima di relazione tra i soggetti: nella coppia (marito,
moglie e amante), nella famiglia (padre, madre, figlio; sorella, fratello,
genitore) nella relazione istituzionale (paziente, famiglia, istituzione) ed
in tutte quelle situazioni in cui il gioco a tre diviene fondamentale alle
esigenze personali ed intime dei partecipanti. Fino al momento in cui tutto
ciò rimane ad un livello di consapevolezza basso o assente, la
triangolazione necessita di ogni suo giocatore per poter funzionare ed
ognuno di essi, per quanto lamenti malessere, deprivazione e frustrazione,
ne trae comunque beneficio per la propria incapacità di separarsi, di
pensarsi da solo e di affrontare le proprie difficoltà. Ed è proprio questa
difficoltà profonda, inconscia e ancestrale che porta determinate tipologie
di persone ad assumere simili ruoli e a giocare simili triangolazioni: la
separazione e la ricerca di individualità risulta essere molto difficile
poichè difficile è l’elaborazione della perdita di un legame (seppur non
sano) che aiuta a mantenere rapporti logoranti. Tutto ciò a fronte di legami
passati sofferti e mai elaborati, di sofferenze mai vissute fino in fondo e
di un mancato rispecchiamento con la figura di accudimento nell’età
infantile. Separarsi non significa entrare in conflitto con l’altro né porta
al rifiuto dell’altro, ma una separazione da legami simili si rende
necessaria per salvare la stessa relazione e ne facilita la sua evoluzione.
Sono questi, rapporti perversi, equilibri di rigidità decennale dove la
rottura porterebbe al caos iniziale e ad una crisi che per essere risolta
andrebbe contenuta non da colui che assume il ruolo del salvatore ma bensì
da colui che con strumenti adatti, con il giusto distacco e cautela possa
apportare separazione, crescita personale e un attaccamento consapevole
all’altro su basi psicologiche diverse, che rispondono a nuove esigenze in
cui la relazione non è l’unico mezzo per sentirsi vivo, per sentire la
propria esistenza ma deve rappresentare una risorsa che ogni individuo ha a
disposizione per esprimere il proprio essere e il proprio sentire.