Melanconia



Sappiamo benissimo di quanto tempo ci è voluto affinché il sistema di salute nazionale abbia ammesso che la depressione sia una patologia da curare e come la sua diffusione si stia espandendo a macchia d’olio soprattutto nelle grandi e piccole città; ma è anche risaputo che molto spesso si confonde la depressione con un passeggero umore depresso o peggio ancora con la melanconia (comunemente chiamata malinconia) che è uno stato d’animo profondo dell’essere umano molto più angoscioso e molto più duraturo di qualsiasi depressione. Con questo non voglio sminuire o mettere in secondo piano una patologia difficile come la depressione, ma tento solo di far capire quale sottile o grossa differenza esiste tra i due tipi di malessere. Di sicuro ciò che le accomuna è la frequenza con cui si presentano nel genere femminile con una casistica molto più elevata soprattutto a partire dall’età di 25 anni. per quello che concerne la depressione questa si divide in esogena, quando il malessere è scaturito da un evento esterno, un lutto, una perdita o un qualsiasi avvenimento che ha prodotto un sentimento di vuoto e quindi una causa reale che permette così di elaborare meglio i vissuti interni; dall’altra parte vi è quella endogena, dove non è presente una causa reale esterna ma il malessere proviene dall’interno, da un qualcosa non meglio specificato che il paziente stesso non riesce a definire, che non riesce a controllare né a darsi come giustificazione del suo stato d’animo. In questi casi può incorrere una depressione grave che il più delle volte, per fattori di ordine medico e di cura, viene associata alla melanconia. Ad un’analisi più profonda e ad un attento lavoro fatto con i pazienti melanconici, risulta invece che la melanconia è caratterizzata dalla perdita di un oggetto amato e perduto "una perdita oggettuale sottratta alla coscienza", in un impoverimento dell'Io e un avvilimento del sentimento di Sé, come affermava Freud. È una sorta di lutto ancestrale, che si perde nella notte dei tempi e che può essere riattivato in qualsiasi momento appena si presenti l’occasione di una perdita nella vita reale. La perdita dell’oggetto primario (la madre, in senso simbolico), posseduto e amato, non permette il reinvestimento in un altro oggetto, poiché non c’è mai stata possibilità di separazione e differenziazione con il primo oggetto d’amore ed è presente un attaccamento ad un oggetto non rappresentabile, indefinito. È come se l’Io è privo di coesione rischia in ogni momento la frammentazione, la disintegrazione ed è per questo che mette a difesa del proprio benessere uno stato affettivo melanconico. Il lavoro con pazienti melanconici risulta molto spesso pesante a causa di racconti lunghi privi di affettività, così lucidi e analitici rispetto al contenuto, presentati tutti senza alcuna variazione nel tono della voce da rendere difficile la totale concentrazione (soprattutto nelle prime sedute). È quasi come un ripetersi di monologhi in cui il terapeuta difficilmente trova spazio per i propri interventi e l’unica modalità per comprendere e gestire al meglio il paziente è l’ascolto empatico di quel sentimento di perdita perenne. Nella depressione invece l’oggetto d’amore non è mai stato posseduto, non è stato presente per dare amore e rispecchiamento alla propria esistenza e il lavoro di terapia ha come obiettivo la ricerca di un oggetto positivo buono a cui poter aggrapparsi, con cui entrare in relazione per utilizzare in seguito le potenzialità personali e rafforzarle; qui è presente una fragilità nella relazione primaria con la madre mentre nella melanconia la perdita precoce dell’oggetto primario non è stata adeguatamente elaborata.
A livello terapeutico è molto importante comprendere fino in fondo se il paziente soffre uno stato d’animo depresso o melanconico, perché è grazie a questa comprensione che si può dare inizio allo scioglimento di alcuni nodi vitali e affettivi alla base del malessere, in caso contrario si rischia il perpetuarsi di sintomi e sofferenza.

“Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice:
è quello di cui tu hai paura. Io non ne ho paura: ci sono stata.
È il mare che senti in me. Le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?”
di Sylvia Plath

 

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