Ipocondria
Quante volte è capitato di conoscere o comunque sapere di persone che
ricorrono frequentemente a medici e specialisti perché preoccupati da
possibili malattie? Quante volte ci si è trovati di fronte a persone che
dovevano essere rassicurate sulla propria salute fisica perché ossessionate
da essa? E quanti soffrono di una situazione simile senza saperlo?
Mi sto riferendo all’ipocondria i cui risvolti profondi e significati
inconsci vanno oltre l’insicurezza superficiale, visibile ad occhio nudo ed
è solo uno dei tanti modi con cui si può manifestare anisa e insicurezza
croniche. Cosa si intende, però, con questo termine: “la preoccupazione
legata alla paura di avere, o alla convinzione di avere, una grave malattia,
basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici”,
senza che vi sia un riscontro medico tale da giustificare tale
preoccupazione. Ecco perché questo disturbo viene annoverato tra quelli
somatoformi ovvero tra quelli che fanno pensare ad una condizione medica
generale e che in realtà non sono affatto giustificati da essa. Questo tipo
di disagio difficilmente viene riconosciuto dai medici e dai pazienti stessi
poiché prendere atto che i sintomi che si avvertono o di cui si è
preoccupati in effetti sono solo percezioni distorte del proprio “malessere”
porterebbe ad un senso di vuoto e ad uno stato depressivo tali che è meglio
evitare. Inoltre il riconoscere da parte dello specialista il disturbo può
gettare il paziente nello sconforto più totale così che l’unica reazione
possibile (che avviene quasi nel 90% dei casi) è quella di trovare un altro
specialista che non conosca la storia medica del paziente così da iniziare
nuovamente tutta una serie di accertamenti e di analisi anche invasive.
Quanti medici, infatti, si vedono arrivare quasi ogni giorno o comunque con
cadenza settimanale nei propri studi persone che accusano sempre un
malessere, un dolore o una paura relativa a stati fisici come infezioni,
paura di infarto, avene doloranti, gastriti, dermatiti e che possono
riguardare diversi apparati; ogni sintomo, una volta curato, ne fa sorgere
un altro e un altro ancora come una catena senza fine. Ricordo il caso di un
paziente che aveva il terrore che ogni cosa che toccasse o che l’aver
toccato qualcosa lo potesse infettare causandogli l’aids o ancora un altro
che aveva la convinzione di poter morire di infarto poiché controllava in
modo patologico il battito cardiaco. Sono pazienti che presentano una
fissazione eccessiva su ogni singola manifestazione fisiologica del proprio
corpo, sono preoccupati del significato da attribuire ad ogni funzione
corporea o alterazione fisica di lieve entità e alla loro causa e corrono il
rischio reale di trovare medici o specialisti che li sottopongono, pur di
risolvere il problema che essi accusano, ad operazioni inutili con
conseguenze devastanti.
Con questo non voglio dire che il sintomo non sia mai correlato ad uno stato
fisico specifico ma bensì che il passaggio facile e repentino da un sintomo
ad un altro costituisce punto principale per poter fare una diagnosi di
ipocondria, insieme ad una ridotta o comunque precaria vita sociale.
Elenco di seguito alcuni dei criteri diagnostici adottati per fare una
diagnosi di ipocondria:
• la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di
avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi
somatici d aperte del soggetto;
• la preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione
medica appropriata;
• la preoccupazione causa disagio clinicamente significativo nel
funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
Il più delle volte questo disturbo viene sottovalutato dagli stessi medici e
il ricorso da parte dei pazienti a psicoterapie o a cure di tipo
psichiatrico avviene solo nel momento in cui la vita sociale e personale
diviene menomata a tal punto da dover prendere atto del malessere mentale. È
pur vero che in molti hanno paure che non invalidano l’esistenza così da
dover ricorrere ad una terapia e trovano comunque delle modalità per
conviverci, ma di sicuro non rendono tranquilla e serena la vita personale e
quella di chi gli vive intorno.
Un lavoro terapeutico aiuta a comprendere quali sono le cause alla base di
un simile disagio, aiuta a migliorare la percezione del proprio corpo e
delle sue risposte, abbassa le difese e premette di migliorare la qualità
della vita.